| E se nasce "Forza Piemonte"? Burzi punta a un partito regionale |
| Venerdì 05 Novembre 2010 09:18 |
L'Ingegner sottile del centrodestra lancia l'ipotesi di una formazione federata, sul modello della Csu bavarese. La concorrenza della Lega la si contrasta con la proposta politica e non come fa il Pd, scimmiottando il Carroccio in sedicesimo. La discussione è aperta
È l'unica strada, secondo Burzi, per uscire dalle secche in cui si è arenato il bastimento berlusconiano, un piano per tentare di superare quella situazione di stallo che gli americani chiamano "political gridlock", ovvero l'imbottigliamento politico che si origina quando interessi configgenti e contrastanti impediscono una decisione. «La soluzione non sta certamente nel moltiplicare sigle e partitini pocket, sorretti da rancori e narcisismi, totalmente privi di progettualità. Il momento attuale chiede una risposta alta, politica, di prospettiva e non l'indegno spettacolo offerto dalle camarille quotidiane». Quello che a tutti gli effetti è la crisi del regime berlusconiano, con i suoi sordidi contraccolpi, nel ragionamento di Burzi è crisi di sistema. «Anche se lo temo, non vorrei che tutto si riducesse alle tricoteuses che sferruzzano davanti alla ghigliottina. Credo che l'epopea berlusconiana abbia segnato un'indubitabile modernizzazione del nostro Paese: non riconoscerlo è un pregiudizio che impedisce di comprendere davvero gli ultimi vent'anni della storia italiana». Ma non basta, anzi l'esercizio nostalgico che fanno alcuni proiettando indietro nel tempo, a una mitica età dell'oro che coincide con la discesa in campo del Cavaliere, la proposta politica potrebbe rivelarsi persino pericoloso. «Non rinnego nulla di quell'esperienza, ci mancherebbe. Solo che vorrei guardare avanti. La tentazione di un ritorno alle sacre fonti battesimali è comprensibile ma è un errore, è l'ammissione implicita di una carestia progettuale».
Rifuggire dai disegni di corto raggio e recuperare dalla cassetta degli attrezzi della politica gli strumenti utili a superare l'impasse. «Torna prepotente la domanda di politica e noi dobbiamo riprendere con i nostri strumenti: una mappa di valori, che per quello che mi riguarda hanno come perno la libertà individuale e d'intrapresa, la partecipazione democratica troppo a lungo soffocata da apparati e cortigiani, l'analisi della contingenza, la proposta di governo degli interessi». Un itinerario che deve però partire dal territorio, dal Piemonte. «Un partito regionale avrebbe la forza di accettare la leale e incalzante concorrenza della Lega proprio sul suo terreno, il federalismo, riempiendo di contenuti quello che ad oggi è ancora uno slogan, per quanto fascinoso. Solo così potremmo vincere la competizione, evitando di compiere gli errori del Pd che nel disperato tentativo di assemblare e giustapporre qualsiasi tesi si è trasformato in un Frankenstein politico».
A questo punto, dopo aver smentito le voci che lo davano tra i transfughi finiani, l'eterno ribelle del Pdl come intende procedere? Anzi, per dirla leninianamente: Che fare? «E' imprescindibile il coinvolgimento di militanti, elettori, simpatizzanti. Solo quando tale consapevolezza diventerà patrimonio il più ampiamente condiviso si potrà pensare a costruire il contenitore adeguato. Ora non ci sono più alibi, è tempo di agire. Come cantava Gaber: la libertà è partecipazione». |
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